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Tullio Gamberoni

Il peccato originale che sta alla base della mia esistenza fu veramente un peccato originale: originale nel senso che fu straordinario; peccato nel senso che fu goduto con l’anima e il corpo, consumato fino in fondo, ed espiato amaramente.
Mia madre si concedette a mio padre per amore. Il matrimonio venne dopo e fu una festa, ma l’amore che cantava nell’anima a mia madre e il godimento che ne aveva acceso il corpo erano ben altro. Alla festa parteciparono tutta la via e alcune strade vicine. Ci fu chi mandò fiori, benevolmente bianchi, e chi regalò le solite cose, accuratamente prive di allusioni all’antefatto. Però un’amica donò un paio di calzerotti da neonato, fatti all’uncinetto: l’affetto con cui li aveva confezionati lei stessa non bastò a salvarla e fu esclusa dalla lista degli invitati.
Ci fu un accenno di viaggio di nozze, e poi la vita, lieta ma dura. Mio padre lavorava quando c’era lavoro e mia madre aprì bottega. Soldi ne giravano pochi e quasi sempre nella direzione sbagliata: tondi com’erano, parevano più propensi a rotolar via che verso il cassetto del comò, regalato dalla nonna a custodire il tesoretto e i lini di casa.
Dal giorno del matrimonio il peccato non era più considerato tale, e mia madre notò che quella modifica formale era l’unica differenza. Lo disse a mio padre, che ne rise. E continuarono prosperosamente a peccare, senza più peccare.
Torniamo a noi. Quando il tempo si compì, fu mandata a chiamare la levatrice. La casa fu piena di donne anziane dallo scialle nero, come s’usava, e ognuna si dava d’attorno. Mio padre non capiva il trambusto. Che ci stava a fare la levatrice, pensava, a dieci lire l’ora, se poi lavoravano le altre. Si ritirò in camera e restò in attesa, dritto alla finestra, quella che dava sul miglior panorama che si potesse concepire: davanti, oltre la larghezza del vicolo, aveva il muro che regge il terrapieno della ferrovia, da cui uscivano cespi d’erba parietaria. Sopra si sentivano passare i treni di tratto in tratto. Al di là egli sapeva che c’era il letto del torrente e poi il bosco dell’abbazia. Si rappresentava il greto animato dai passatori di rena, dai cavalli e carrettieri che trasportavano la sabbia, da qualche figliola china sui panni. Alzando mentalmente lo sguardo, poteva figurarsi il boschetto, penetrandone l’ombra fino a scorgere le bacche fra l’erba. Seguendo invece la corrente giungeva al mare: lì nessuna meta era preclusa. Bastava desiderarla. Fortunata finestra, la sua. Tant’è che guardava anche sul passato nonchè sul futuro. Ah, l’avvenire, pensò, ora lo avrebbero percorso in tre. Si apprestava a scrutarlo, quando fu chiamato: l’avvenire era maschio.
Finì l’inverno, venne primavera. Con piena di fragranze l’anima, mia madre andava a bottega portandomi seco. Il seno era florido e la poppata avida. Crescevo, etti su etti, e le rotaie del tranvai, la passerella di ferro nero gettata attraverso il greto, le ciminiere col pennacchio sopra gli stabilimenti, la saracinesca della bottega, le gabbie e le bottiglie di latte, tutto attorno a mia madre rideva. Così passò l’estate.
Un poeta scrisse : un giorno mia madre si riabbottonò la camicetta sul seno e fu per l’ultima volta. E così avvenne. Giunse a casa e aveva la febbre. Il letto la assorbì e il medico sentenziò che il bimbo non doveva correre rischi di contagio. Non aveva capito niente: non c’erano bacilli disposti ad aggredire altrui, ma era l’opera di quelle donne dallo scialle nero che veniva compiendosi. Per mesi s’era portata in ventre una condanna silenziosa. Man mano il patimento saliva dalle mammelle turgide e dal fondo dell’anima, e bruciava dal desiderio di abbracciare il figlio. Per otto giorni supplicò e per otto notti sperò e patì. Finì che neppure un grido fu più possibile, quando sua madre, vinta, le depose il figlio accanto. Così terminò la stagione di mia madre, che era stata ricca e calda, e piena d’amore.
Fu seppellita entro una tomba cosparsa in superficie di una neve fine di marmo che ho sempre nella memoria, e lì restò per dieci anni. Poi fu esumata, cremata, sparendo definitivamente, come s’usava. Resta una croce, oggi, a ricordare tutti che ebbero lo stesso destino: per chi crede che ciò valga, la sua croce è nella località detta Casa Buona, lungo un povero affluente del fiume che corre oltre il terrapieno con i cespi di parietaria.
Mio padre tornò presso sua madre e, venti anni dopo, sposò una donna ancora fiorente. Le disse e affermò che lui, l’amore, era quella morta vent’anni prima e che solo l’amore fa figli. Lei capì e lo amò con tutta la generosità del suo animo.
Per una affinità sentita d’istinto, io scelsi un brav’uomo, benestante, che circolava per la casa della nonna materna. A lui correvo ridente. Era il fidanzato della sorella di mia madre e mi volle bene per tutta la sua vita. Quando si sposarono e non ebbero figli, io vissi con loro. Ebbi da lui insegnamenti preziosi, lontani dal tragico conformismo imperante, plaudente ad una rozza filosofia di cui egli mi svelò la vanità e i pericoli. Lei, dal canto suo, fu guardiana illuminata dei miei congiuntivi.
Studiai, lavorai, poi mi sposai e fui padre, il tutto con ordine e serenità. Fui infine nonno, e vissi a lungo accanto alla nonna.
Questa è la mia biografia, tutta la mia biografia, nient’altro che la mia biografia. Lo giuro.

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Il peccato originale che sta alla base della mia esistenza fu veramente un peccato originale: originale nel senso che fu straordinario; peccato nel senso che fu goduto con l’anima e il corpo, consumato fino in fondo, ed espiato amaramente.
Mia madre si concedette a mio padre per amore. Il matrimonio venne dopo e fu una festa, ma l’amore che cantava nell’anima a mia madre e il godimento che ne aveva acceso il corpo erano ben altro. Alla festa parteciparono tutta la via e alcune strade vicine. Ci fu chi mandò fiori, benevolmente bianchi, e chi regalò le solite cose, accuratamente prive di allusioni all’antefatto. Però un’amica donò un paio di calzerotti da neonato, fatti all’uncinetto: l’affetto con cui li aveva confezionati lei stessa non bastò a salvarla e fu esclusa dalla lista degli invitati.
Ci fu un accenno di viaggio di nozze, e poi la vita, lieta ma dura. Mio padre lavorava quando c’era lavoro e mia madre aprì bottega. Soldi ne giravano pochi e quasi sempre nella direzione sbagliata: tondi com’erano, parevano più propensi a rotolar via che verso il cassetto del comò, regalato dalla nonna a custodire il tesoretto e i lini di casa.
Dal giorno del matrimonio il peccato non era più considerato tale, e mia madre notò che quella modifica formale era l’unica differenza. Lo disse a mio padre, che ne rise. E continuarono prosperosamente a peccare, senza più peccare.
Torniamo a noi. Quando il tempo si compì, fu mandata a chiamare la levatrice. La casa fu piena di donne anziane dallo scialle nero, come s’usava, e ognuna si dava d’attorno. Mio padre non capiva il trambusto. Che ci stava a fare la levatrice, pensava, a dieci lire l’ora, se poi lavoravano le altre. Si ritirò in camera e restò in attesa, dritto alla finestra, quella che dava sul miglior panorama che si potesse concepire: davanti, oltre la larghezza del vicolo, aveva il muro che regge il terrapieno della ferrovia, da cui uscivano cespi d’erba parietaria. Sopra si sentivano passare i treni di tratto in tratto. Al di là egli sapeva che c’era il letto del torrente e poi il bosco dell’abbazia. Si rappresentava il greto animato dai passatori di rena, dai cavalli e carrettieri che trasportavano la sabbia, da qualche figliola china sui panni. Alzando mentalmente lo sguardo, poteva figurarsi il boschetto, penetrandone l’ombra fino a scorgere le bacche fra l’erba. Seguendo invece la corrente giungeva al mare: lì nessuna meta era preclusa. Bastava desiderarla. Fortunata finestra, la sua. Tant’è che guardava anche sul passato nonchè sul futuro. Ah, l’avvenire, pensò, ora lo avrebbero percorso in tre. Si apprestava a scrutarlo, quando fu chiamato: l’avvenire era maschio.
Finì l’inverno, venne primavera. Con piena di fragranze l’anima, mia madre andava a bottega portandomi seco. Il seno era florido e la poppata avida. Crescevo, etti su etti, e le rotaie del tranvai, la passerella di ferro nero gettata attraverso il greto, le ciminiere col pennacchio sopra gli stabilimenti, la saracinesca della bottega, le gabbie e le bottiglie di latte, tutto attorno a mia madre rideva. Così passò l’estate.
Un poeta scrisse : un giorno mia madre si riabbottonò la camicetta sul seno e fu per l’ultima volta. E così avvenne. Giunse a casa e aveva la febbre. Il letto la assorbì e il medico sentenziò che il bimbo non doveva correre rischi di contagio. Non aveva capito niente: non c’erano bacilli disposti ad aggredire altrui, ma era l’opera di quelle donne dallo scialle nero che veniva compiendosi. Per mesi s’era portata in ventre una condanna silenziosa. Man mano il patimento saliva dalle mammelle turgide e dal fondo dell’anima, e bruciava dal desiderio di abbracciare il figlio. Per otto giorni supplicò e per otto notti sperò e patì. Finì che neppure un grido fu più possibile, quando sua madre, vinta, le depose il figlio accanto. Così terminò la stagione di mia madre, che era stata ricca e calda, e piena d’amore.
Fu seppellita entro una tomba cosparsa in superficie di una neve fine di marmo che ho sempre nella memoria, e lì restò per dieci anni. Poi fu esumata, cremata, sparendo definitivamente, come s’usava. Resta una croce, oggi, a ricordare tutti che ebbero lo stesso destino: per chi crede che ciò valga, la sua croce è nella località detta Casa Buona, lungo un povero affluente del fiume che corre oltre il terrapieno con i cespi di parietaria.
Mio padre tornò presso sua madre e, venti anni dopo, sposò una donna ancora fiorente. Le disse e affermò che lui, l’amore, era quella morta vent’anni prima e che solo l’amore fa figli. Lei capì e lo amò con tutta la generosità del suo animo.
Per una affinità sentita d’istinto, io scelsi un brav’uomo, benestante, che circolava per la casa della nonna materna. A lui correvo ridente. Era il fidanzato della sorella di mia madre e mi volle bene per tutta la sua vita. Quando si sposarono e non ebbero figli, io vissi con loro. Ebbi da lui insegnamenti preziosi, lontani dal tragico conformismo imperante, plaudente ad una rozza filosofia di cui egli mi svelò la vanità e i pericoli. Lei, dal canto suo, fu guardiana illuminata dei miei congiuntivi.
Studiai, lavorai, poi mi sposai e fui padre, il tutto con ordine e serenità. Fui infine nonno, e vissi a lungo accanto alla nonna.
Questa è la mia biografia, tutta la mia biografia, nient’altro che la mia biografia. Lo giuro.